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“It is not the strongest of the species that survives, nor the most intelligent, but rather the one most adaptable to change.” [cit. Charles Darwin]
Discutendo sulle attuali difficoltà dell’industria discografica, e sui notevoli cambiamenti che sta subendo in questi ultimi anni, in classe è stata citata questa frase del naturalista inglese per insegnarci che per sopravvivere nella giungla del music business è indispensabile rinnovarsi.
Un grosso esempio di innovazione viene dai Kaiser Chiefs, la rock band inglese che per la promozione del suo quarto album ha deciso di intraprendere una strada del tutto innovativa.
Il disco è disponibile solamente online, sul sito ufficiale della band: www.kaiserchiefs.com; i fan che vorranno scaricarlo dovranno costruirselo, scegliendo fino a 10 delle 20 tracce disponibili, con la possibiiltà di ascoltarne ognuna in preview e stabilirne l’ordine preferito… e l’interfaccia rende la scelta ancora più divertente!
Sarà possibile creare anche la copertina dell’album; ognuno potrà così mettere in moto la propria creatività per ottenere un prodotto unico sotto ogni aspetto, diverso da qualsiasi altro, e per soli 7.50£.
Un valore aggiunto notevole, se paragonato alla freddezza del download!
Ma non finisce qui!
I Kaiser Chiefz offrono la possibilità di vendere l’album creato, ricevendo 1£ per ogni download.
Questo sì che si chiama istinto di sopravvivenza!
Da qualche tempo si sente parlare di Graduated Response, una strategia che mira ad eliminare il problema della pirateria informatica attraverso un sistema di notifiche, volte a disincentivare il trasgressore a continuare la propria attività.
Il primo Paese ad implementare questa tattica è stata la Francia (settembre 2010), fondando l’HADOPI, un’ente amministrativo col compito di mettere in guardia gli internet users colpevoli di aver scaricato illegalmente materiale coperto da copyright di avere commesso un’illecito.
L’HADOPI lavora su tre step di segnalazione:
alla prima violazione l’utente riceve un’email di notifica di avvenuta infrazione, a cui seguiranno sei mesi in cui sarà sotto stretta osservazione dell’autorità;
in caso di successiva violazione HADOPI invierà una raccomandata, ed estenderà il periodo di osservazione ad un anno dalla seconda notifica;
al terzo strike (com’è stato soprannominato), il trasgressore riceverà un mandato di comparizione davanti al giudice, col rischio di vedersi addebitata un’ammenda di 1500€ ed il blocco dell’accesso ad internet per un anno.
Secondo un sondaggio presentato del Ministero della Cultura francese, ad oggi il 50% di coloro che sono stati segnalati ha smesso di scaricare illegalmente.
Il sistema è stato oggetto di pesanti critiche: Frank La Rue, Relatore Speciale del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, ha presentato un rapporto davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che definisce il blocco di internet una violazione dei diritti umani.
Di qualche giorno fa è invece l’indiscrezione secondo cui le associazioni americane più interessate nella salvaguardia del diritto d’autore, RIAA, MPAA, le quattro major discografiche ed i sei top studios hollywoodiani, abbiano finalmente trovato il tanto atteso accordo con i tre principali ISP degli Stati uniti, vale a dire AT&T, Comsat e Verizon.
La tattica di graduate response americana non sarebbe però quella dei tre strike: dopo la prima notifica inviata ai trasgressori, chiamata Copyright Alert, ogni ISP potrà stabilire autonomamente il numero di violazioni consentite ai propri abbonati.
La differenza sostanziale sta però nelle sanzioni: il blocco della rete non è previsto, invece il trasgressore recidivo potrà vedere la propria larghezza di banda ridotta, o il proprio spazio di navigazione limitato ai 200 siti web più importanti.
Altro aspetto interessante della tattica USA per scoraggiare le violazioni è l’obbligo di partecipare ad un programma rieducativo che ha per tema la legge sul copyright e i diritti dei suoi detentori.
Queste ultime sono per ora solo indiscrezioni, vedremo come si svilupperà l’applicazione reale.
Certo è che la guerra alla pirateria sta finalmente entrando nel vivo!
Pubblicare la propria canzone sul web è semplice, rapido ed economico: bastano pochi minuti, una spesa davvero irrisoria, ed il brano è ascoltabile e downloadabile da qualsiasi Online retailer.
Ben altro discorso è farsi notare in mezzo alla moltitudine di canzoni ed artisti presenti!
Per una piccola fetta di uploaders, però, questo avviene, come dimostrano le storie di Arctic Monkeys, Moby, e molti altri.
Si rende dunque necessario disporre di tutti i mezzi possibili per “cavalcare l’onda” e mantenere il successo raggiunto, se non addirittura incrementarlo.
Sapere chi ha scaricato il brano, da dove l’ha fatto, e soprattutto cosa ne pensa sono dati indispensabili per creare una fanbase, identificarla in una determinata area geografica, magari per prevedervi una successiva distribuzione fisica, oppure un evento live…
Per essere raccolti, tutti questi dati richiedono grande dispendio di tempo e di denaro, che difficilmente la maggior parte degli uploader possiede… allora come fare? Awal.com fornisce la soluzione!
AWAL, acronimo di Artists Without A Label, nasce come aggregatore per artisti indipendenti, ma ha col tempo ampliato la propria gamma servizi introducendo, tra gli altri, BuzzDeck, un programma in grado di fornire non solo i dati di vendita sempre aggiornati, ma anche informazioni utili derivate da statistiche e attività di social media.
Il software permette di conoscere le informazioni demografiche di chi ha scaricato le canzoni, raccogliere i dati relativi all’andamento dei volumi di vendita, interagire con i fans tramite social network e comunicare loro le date di concerti, release discografiche, altro ancora.
Con questo strumento AWAL non si rivolge solo ai singoli artisti, ma anche a personal manager e label managers, come testimoniato dalle review dei rappresentanti di Atlantic Records e Sony Music UK, che lo hanno definito un’ottimo supporto per l’analisi delle release online.
Voglio dedicare un post ad uno strumento eccezionale, considerato dai più ironico, esotico o alla stregua di un giocattolo, ma in grado di regalare forti emozioni a chi lo ascolta e grandi soddisfazioni a chi lo suona;
Lo strumento in questione è l’Ukulele, conosciuto anche come “Uke”, derivato della braguinha che a fine ’800 i marinai portoghesi portarono alle isole Hawaii, di cui diventerà il simbolo.
L’Ukulele attraversò il Pacifico nel 1915, anno in cui venne presentato a San Francisco alla Panama-Pacific International Exposition, e da allora si diffuse dapprima negli Stati Uniti (dove la C.F. Martin and Company ne vendette migliaia nei soli anni 50) e poi in tutto il mondo occidentale.
La facilità nell’approccio, il prezzo contenuto e la comodità nel trasporto hanno contribuito all’affermazione dell’ukulele come “strumento per tutti”, sia che lo si voglia strimpellare su una spiaggia immaginando di trovarsi tra le onde dell’oceano, sia che si voglia fare un intero disco…
Sono molti i musicisti professionisti che negli anni si sono avvicinati a questa “Giovane Chitarra“, come la definì lo scrittore Jack London: dagli ex Beatles Paul McCartney e George Harrison, a Bruce Springsteen, che lo suonò durante il tour di Devils&Dust, fino ai Train che portarono l’ukulele al settimo posto nella classifica dei singoli più venduti del 2010 (dati IFPI Digital Music Report 2011) con la loro hit Hey Soul Sister.
Ultimo in ordine cronologico è Eddie Vedder, che pubblica proprio quest’anno il suo Ukulele Songs (realizzato però nei primi anni 2000, all’epoca del suo divorzio), contente nove brani inediti scritti interamente con l’ukulele proprio alle Hawaii, dove il leader dei Pearl Jam si è stabilito.
Altri sono invece i mostri sacri di questo strumento, grazie al quale hanno raggiunto fama mondiale; i due artisti che non possono non essere citati sono:
Israel “Iz” Kamakawiwo’ole, meglio conosciuto come Bruddah Iz, immenso (in ogni senso) musicista hawaiano, che raggiunse il successo nel 1993 con la sua cover “Somewhere Over The Rainbow/What a Wonderful World“, tratta dall’album Facing Future e ripresa negli anni a seguire in film e serie televisive, e
Jake Shimabukuro, anch’egli originario delle Hawaii, che ottenne popolarità sul web in seguito alla pubblicazione di un video che lo ritraeva in Central Park intento a suonare While My Guitar Gently Weeps, classico di George Harrison, ed ora considerato un virtuoso di questo strumento tanto da essere stato soprannominato il “Jimi Hendrix dell’Ukulele“.
Tornando all’ukulele…
Come di ogni strumento musicale ne esistono vari modelli: in ordine crescente di dimensioni abbiamo soprano, concerto,tenore e baritono;
La caratteristica comune a tutti rimane il numero delle corde, quattro, ed un’accordatura insolita per gli strumenti occidentali: dall’alto verso il basso le corde sono g – C – E – A; la prima corda (che per i suonatori di Ukulele è la quarta) riproduce un Sol acuto, mentre ce ne si aspetterebbe uno grave, pensandolo con logica da chitarrista. Proprio questa particolarità gli conferisce il timbro unico ed inconfondibile.
La tipologia di ukulele più prestigiosa, e più costosa, è quella costruita con legno di Koa, tipico delle Hawaii.
Ulteriore testimone della Uke-Mania è il WEB: tra i molti siti dedicati all’ukulele che sono sorti in questi ultimi anni, il più completo e decisamente più accattivante è Ukulele Hunt, ideato e realizzato da Al Wood, un ragazzo di Derby (Inghilterra), che raccoglie spartiti, consigli, tabs, ebooks e molto altro per chiunque voglia avvicinarsi a questo strumento. Per suonare l’ukulele è indispensabile che questi sia accordato; ancora una volta internet viene incontro alle nostre esigenze e ci fornisce la soluzione: si chiama get-tuned.com, e offre un facile e coloratissimo accordatore.
- Breve analisi della Legge sul Diritto d’Autore in un caso di attualità
Secondo la normativa italiana in merito alla Legge sul Diritto d’Autore (legge 633 del 22 aprile 1941), “Se l’opera è stata creata con il contributo indistinguibile ed inscindibile di più persone, il diritto di autore appartiene in comune a tutti i coautori.” (art.10, comma 1).
Nello specifico, l’opera in questione è una canzone scritta nel lontano 1979, intitolata “Il paradiso non è qui“, mentre i coautori beneficiari del diritto si chiamano Lucio Battisti, in qualità di compositore della melodia, e Giulio Rapetti, meglio noto con lo pseudonimo di Mogol, autore del testo.
Va sottolineato che “Il paradiso non è qui” costituisce un inedito, in quanto non venne inclusa nell’album di Battisti “Una Giornata Uggiosa” perchè, dice Mogol: “Battisti mi disse che c’erano già troppe canzoni in scaletta e che l’avremmo tenuto per l’album successivo. Ma quello fu il nostro ultimo disco insieme“.
I giornali hanno ricominciato a parlare della canzone quando Mogol ha deciso di pubblicarla (“L’autore ha il diritto esclusivo di pubblicare l’opera.” – art.12, comma 1), ed ha voluto che fosse interpretata da Ron in occasione del Premio Mogol. La registrazione dell’esecuzione sarebbe dovuta andare in onda su un canale televisivo nazionale il prossimo giovedì.
Il famoso paroliere, però, non ha tenuto conto dell’opinione di Grazia Letizia Veronese, vedova nonché erede di Battisti, che si è fermamente opposta alla pubblicazione, ottenendo il blocco della messa in onda della trasmissione.
La legge italiana tutela infatti la signora Veronese-Battisti attribuendole i medesimi diritti morali del defunto marito: “Dopo la morte dell’autore il diritto previsto nell’art. 20 [cioè di rivendicare la paternità dell'opera e di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell'opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione] può essere fatto valere, senza limite di tempo, dal coniuge e dai figli […]” – art.23, comma 1;
e l’articolo successivo scende ancora più nel dettaglio in merito alla vicenda considerata, stabilendo che “Il diritto di pubblicare le opere inedite spetta agli eredi dell’autore […] salvo che l’autore abbia espressamente vietata la pubblicazione o l’abbia affidata ad altri “.
Secondo il nostro ordinamento, quindi, una persona estranea al processo creativo di un’opera può impedirne la pubblicazione.
Mogol ha comunque intenzione di pubblicare il testo della canzone, per il quale, ha detto, chiederà consiglio alla SIAE. Ha inoltre dichiarato: “ho già deciso che se mai sarà possibile pubblicarla devolverò tutti i proventi a due associazioni benefiche. Se la signora Battisti accetta regaliamo una canzone meravigliosa agli italiani“.
Per chi fosse così impaziente di ascoltare questa canzone meravigliosa, eccone una versione demo (chitarra e voce) eseguita da Battisti. Buon Ascolto!
Segnalo all’ultimo minuto un evento davvero imperdibile: domani 18 Giugno presso lo stadio di rugby di Monza si terrà la quarta edizione del TROUBLE FESTIVAL.
La manifestazione è organizzata ancora una volta da Troublezine, e porterà sul palco grandi band e nuove leve del circuito punk e indie-rock per 10 ore di grande musica!
Ecco la line-up ufficiale: Ash(Rock from Northern Ireland) Gambe Di Burro(Punk Rock) The Leeches(Fat Rock) Chaos Surfari(Rock Alternative) Tough (Punk) Grenouille (Indie) Lava Lava Love (Indie-Pop) Miss Chain & The Broken Heels (Rock ’60) The Crooks (Punk Rock) Labradors (Power Pop) Waiting For Memories(Punk Rock) Devasted(Punk)
Ma Trouble Festival non è solo musica: sarà anche possibile visitare la mostra fotografica “Sette uomini, sei donne, una reflex e rock’n’roll”; tema della mostra: la musica live.
Saranno inoltre presenti un’area ristoro ed un’area mercatino.
Il concerto inizierà alle 15:30, il costo del biglietto è di 15€.
Faz Waltz, è il primo LP dell’omonima band canturina, caratterizzata dal sound hard-rock anni ’70 e dall’eccellente pronuncia inglese di Faz La Rocca, energico front-man, che ne tradiscono la reale provenienza.
La qualità del disco richiama le sonorità di oltreoceano – sebbene sia stato interamente registrato e mixato ai Real Sound Studios di Milano – a dimostrazione che le produzioni nostrane, quando si trovano a confrontarsi con idee di valore e musicisti capaci, non hanno nulla da invidiare ai ben più quotati colleghi stranieri.
Ma parliamo dell’album: le prime due tracce sono un vero hard-rock “old school”, con chitarre spinte al limite e l’aggressività degna del genere; un ottimo input per caricare all’ascolto di un album che ha ancora parecchie carte da giocare.
Il primo jolly viene infatti calato con la traccia numero tre: l’immersione nel “Regno dei Sogni” è accompagnata da clavicembalo, Mellotron e persino da una sezione di ottoni, tutti strumenti decisamente insoliti per un gruppo rock ( ma non abbastanza per Faz e compagni!).
A seguire è l’energica ballad Best Thing In History, calda ed orecchiabile – impossibile non canticchiarla già dopo il primo ascolto – le cui due chitarre si sposano alla perfezione grazie alla scelta azzeccata dei rispettivi timbri.
Nel quinto brano si cambia ancora registro: l’atmosfera fiabesca creata dal pianoforte all’inizio di ogni strofa è puntualmente interrotta dall’ingresso prepotente degli altri strumenti, con ancora una volta la chitarra in prima linea; davvero apprezzabile l’assolo verso la metà… roba d’altri tempi (migliori).
Si torna al rock! prima con un’altra power ballad, Little Girl Star, poi con la grinta blueseggiante di Never Stop, in cui compare anche il cowbell tanto amato dai batteristi glam, ed infine con Strong As I’m Tough, dove la voce di Faz si fa più arrabbiata, cantando “You think that I’m a fool, I’m playing by my rules“.
Le carte vengono rimescolate nella nona traccia, dove torna il piano, l’atmosfera si fa più scherzosa ed emerge un apprezzabile stile “simil-Queen”. Diamond Dust, brano numero dieci, colpisce per il suo riff sporco, ripetitivo, pesantemente distorto, zeppeliniano, mentre la traccia successiva è un addio ad un mondo che ormai non c’è più, che si porta dietro tutto il suo carico di nostalgia: “There was a time we were young and we were fine … “.
Il disco si chiude con un altro pezzo lento, una canzone d’amore in cui fanno capolino anche gli archi, ulteriore conferma della complessità dell’opera e della voglia di sperimentazione dei quattro.
Già dal primo ascolto restano la quantità di correnti musicali coinvolte e la qualità degli arrangiamenti, che rendono il disco fluido ma mai banale.
Un lavoro di grande valore artistico, come se ne trovano davvero pochi (purtroppo!). Bravi ragazzi!
Tracklits:
1. Big Mouth
2. Hello Mister
3. Kingdom Of My Dreams
4. Best Thing In History
5. Toy Theatre
6. Little Girl Star
7. Never Stop
8. Strong As I’m Tough
9. No Fun In Love
10. Diamond Dust
11. Midnight Bar
12. Take Me Back
“Musica indipendente in Italia” è l’adattamento editoriale di “Ubi Major Minor (Non) Cessat?“, tesi di laurea di Chiara Caporicci, ex studentessa di comunicazione presso l’Università di Perugia. In poco meno di 100 pagine l’autrice racconta con un linguaggio semplice e diretto quanto c’è da sapere sul mondo della discografia, italiana e non.
Il primo capitolo ripercorre i movimenti che segnano l’evoluzione della musica, contestualizzandoli nella cultura giovanile dei periodi in cui sono nati; si parte per un viaggio attraverso la storia, dal Rock’n'Roll dei 50s alla Psichedelia, passando per Surf e Grunge…
Il leitmotiv del capitolo seguente è invece la musica di massa, che Chiara analizza sulla base del trattato di Theodor W. Adorno “On Popular Music“, nel quale il sociologo tedesco accusa la musica pop di “standardizzare l’ascolto” per renderlo più “controllabile dal mercato”. (Nella sezione Links di questo sito è possibile trovare l’intera opera di Adorno.)
La terza sezione consiste in un’analisi del mercato discografico internazionale, definito un “oligopolio differenziato”. Le Big Four, scrive l’autrice, “controllano quali generi e tendenze spingere e in quali mercati mondiali, spesso secondo canoni anglofoni e incuranti delle piccole avanguardie musicali del contesto sociale di destinazione”.
Completano il capitolo una panoramica storica sulle quattro major ed un interessante analisi di Porter sul mercato discografico.
Dopo l’analisi dei dati del mercato discografico italiano del quarto capitolo, il quinto ci porta nel mondo delle label indipendenti, definendone il significato e ripercorrendone la storia, con un’interessante parentesi in merito al Do It Yourself.
Il capitolo si conclude con un’attenta analisi dell’autrice sulla situazione attuale della musica “alternativa” in Italia e sulle sue problematiche di promozione e distribuzione.
I tre capitoli che seguono sono incentrati sulla struttura delle etichette indipendenti; ne vengono descritte la struttura, i rapporti con i propri artisti, con i distributori e con le major.
Infine l’autrice espone la propria “piccola e inesperta critica” al mondo discografico italiano, alla mancanza di tutela degli artisti, al ruolo della SIAE ed alle politiche di mercato delle major.
Tutta la seconda parte del libro è invece dedicata al MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti), alla storia del Collettivo Angelo Mai e si chiude con un’intervista a Niccolò Fabi.
Un libro da leggere tutto d’un fiato, ricco di informazioni interessanti, di spunti di ricerca e di riflessione, per chiunque voglia conoscere il mondo della discografia.
Titolo: MUSICA INDIPENDENTE IN ITALIA – Storia, etichette ed evoluzione Autore: Chiara Caporicci Editore: ZONA Anno: 2010 Numero di pagine: 93
Giovedì 2 giugno, alla Stazione Tiburtina di Roma, ho ricevuto questo flyer:
Ben fatto, direi: ha il suo “appeal”; contiene qualche informazione sulla band, il titolo del loro nuovo album con tanto di traduzione in italiano.
Anche l’evento in sé ha il suo perché: cena più concerto a soli 5 euro. Mica male no?
Eppure, guardatelo bene… Non manca qualcosa?!?
Un evento da non perdere per chiunque si trovi in zona!
(SEMPRE CHE SIATE IN GRADO DI TROVARE LA VENUE!!!)
Sabato 15 maggio si tenne il primo di 7 Aperitivi in Musica, come vengono descritti dagli organizzatori;
la formula è semplice: un chiosco che serve birra, cocktail e stuzzichini gestito da un bar del paese (durante tutti gli eventi in programma si alterneranno sette diversi esercizi), ed un piccolo palco (ma proprio piccolo!) per permettere alle band, cittadine e non, di avere visibilità e fornire intrattenimento a ragazzi e famiglie accorsi in gran numero, felici di partecipare ad un sabato quantomeno “diverso”.
Il tutto all’interno del campo da basket del parco comunale di Binago (CO) dalle 18.30 alle 21.30.
In cartellone erano presenti 3 band, tra cui i Dead Man Walking, che hanno realizzato un Concept-Show, alternando brani propri ad intermezzi poetici recitati da Alice, la front-girl. Ma è stato lasciato anche molto spazio a jam sessions di ragazzi del paese, alcuni anche alla prima esperienza live.
Il service audio è stato realizzato da Nicola Angelinetta, ex studente SAE, e dal sottoscritto, col supporto tecnico dell’associazione Vivi Musica di Cagno (CO).
Ecco il primo album in studio dei Joker’s, trio punk-rock di Monza!
Fire On The Floor raccoglie tutto ciò che ci può aspettare da questo genere: chitarre distorte, grinta e semplicità tipiche del vero punk-rocker!
Jimmy, chitarrista e vocalist, ci trascina col suo carisma attraverso tutti i 10 brani del disco, coadiuvato da Cholo (basso) e Dr.Ikiz (batteria), che non si tirano certo indietro quando si tratta di riempire le orecchie dell’ascoltatore con cori e seconde voci.
E allora via! Di corsa sul “pavimento in fiamme” della title-track, per passare a One Life ed al suo potente riff di chitarra.
Nella terza traccia esplode la rabbia verso la superficialità del nostro World Of Bubble Gum, in cui la musica e gli spettacoli sono soppiantati dalla TV spazzatura;
e avanti così, tra ragazze in fuga e musicisti ubriachi in attesa di altra birra, ecco Violence: rock aggressivo, chitarra heavy e Cholo in qualità di vocalist, all’attacco dei potenti che ci guardano dall’alto dei grattacieli, al grido di “justice will be done”.
Dopo aver percorso strade insanguinate c’è spazio anche per la nostalgia: in Goodbye Mr.Pink, Jimmy ricorda “tutti i momenti e tutte le note” del suo primo gruppo. Joker, unico brano cantato in italiano, ed apre la strada per My Week, cronaca della tipica settimana da Joker’s, con un sound che ricorda i cari, vecchi Social Distortion!
E c’è spazio pure per una sorpresa finale…
In poco più di 30 minuti i Joker’s vi daranno la carica con il loro passatempo preferito: fare casino!!
Ascoltare per credere…
Tracklist:
1. Fire On The Floor
2. One Life
3. World Of Bubble Gum
4. Don’t Go Baby
5. They Don’t Care
6. Violence
7. Blood On The Street
8. Goodbye Mr.Pink
9. Joker
10. My Week